Professione: Reporter, elevato esempio di cinema d’autore

Categoria: Cultura e Sociale
Creato Sabato, 02 Luglio 2011 12:56
Scritto da Nicoletta Risalvato
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Croce e delizia! Scoprirà che il gioco non vale la candela ed il suo viaggio alla ricerca di se stesso diventerà ancora più tortuoso dopo la scelta alienatrice. Il flemmatico giornalista si troverà a vivere un momento catartico che lo porta a celarsi di una calma apparente, facilmente smascherabile a causa della sua vistosa innaturalezza. I dialoghi sono ridotti all’osso, gli stati d’animo sono riposti tutti nella sua gestualità anemica, strettamente contenuta quasi a rilevare la stanchezza di vivere. L’inettitudine traspare in ogni “dove”: dall’abbandonato gettarsi delle sfinite membra sul letto, dallo sguardo vacuo ed assente, dalla stare stravaccato, dalla predilezione dei silenzi alle parole. Persino la natura pare partecipare all’assopimento emotivo del protagonista. È foriera di ciò la prima scena che si apre con l’immensa distesa del deserto che si lascia attraversare solo da un vento scostante che ora  mostra la sua presenza con intensi fruscii ora solleva con vistose folate la sabbia delle dune compiacenti. Ed è proprio l’assenza dei dialoghi tra i personaggi a rendere pienamente partecipi i suoni della natura. Qui non è l’uomo-protagonista a gestire gli eventi ma sono gli eventi ad orientare le azioni dello stesso. Il moto, l’agire sono stravolti rispetto al loro ordine naturale e convenzionale. Niente si genera più dall’interno dell’agente verso l’esterno ma è l’ambiente esterno, nel suo non arrestarsi temporale, a condizionare le scelte del protagonista che da agente diventa agito. Il protagonista non ha forza volitiva a partire da quell’unica azione (lo scambio d’identità), dalla quale tutta la trama del film muove. L’enormità degli spazi, la sacralità dei luoghi (ora per culto ora per divina natura), contribuiscono a rendere ancora più piccolo il reporter che si sposta allo sbaraglio alla ricerca di un’identità sociale nuova. Marcato è il miscuglio tra sacro e profano; basti pensare alla scena dello scambio dei brevetti delle armi a fronte di un corrispettivo in denaro proprio all’interno di una chiesa. La maestria con la quale si gira la cinepresa sta tutta nella firma di Michelangelo Antonioni, uno dei più complessi ed enigmatici registi del Novecento italiano. In un’intervista per “L’Europeo”, Marcello Mastroianni ebbe a dire di Michelangelo Antonioni: “è un chirurgo sotto le cui mani puoi capitare: magari ti salva, ma io preferirei sempre non ammalarmi”. Questa frase sottolinea quanto per Antonioni ogni pellicola sia un nuovo freddo esperimento nel quale un elemento sempre è imprescindibile: la perfezione, come per un chirurgo in un intervento errare significa togliere la vita così per Antonioni sbagliare significa decretare la morte della sua opera. Perfetta anche la scelta di Nicholson nel ruolo di attore principale. Questo suo perpetuare e perpetuarsi nell’agire fa di Nicholson l’icona dell’inettitudine, che è la contraddizione in termini del cinema. L’attore che interpreta il non-cinema. Straordinario perché originale nella semplicità dell’idea. Geniale perché semplice, semplice perché geniale. Il cinema che è l’azione per antonomasia, sin dall’incipit, sin da quel: “Ciak azione o ciak si gira!”, stride con il non movimento, con l’immobilità, con la fissità delle scene, dei fermo-immagine. La grandezza di Antonioni in “Professione: Reporter” sta proprio nel fissare, pur nel continuo moto della pellicola, l’assenza di slanci emotivi, mai stizze di collera o scene di pianto. Basta osservare la lentezza dei movimenti di Nicholson, il senso di smarrimento che lo stesso ravvisa ora nella immensa distesa del deserto ora nella grande chiesa, il suo guardarsi intorno sbigottito, perso, quasi a voler chiedere in giro: “Chi sono?”, ancora prima di domandare “ma dove sono?”. Tutto il film è un mezzo nelle mani di un regista demiurgo che compie un miracolo doppio: il primo lo realizza rendendo tacita l’interpretazione di un Nicholson noto per essere sempre ciarliero e marcatamente gestuale, il secondo miracolo sta tutto nell’oggetto della pellicola,sta tutto cioè nel “non cinema” raccontato dal cinema.

 

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